lunedì 19 luglio 2010

Vincent Pons - France

Nota autobiografica di Giuseppe Cesare Abba

Nacque in Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838, e visse, come tutti i ragazzi di quei tempi, fino agli otto o nove anni, con poco tormento di scuola. A dodici anni, preparato, come si soleva allora, alla testa, perche' il corpo era gia' abbastanza saldo, entro' dagli Scolopi di Carcare, in quel Collegio dove gli entusiasmi del 1848 erano ancora vivissimi, specie nel padre Atanasio Canata, grande svegliatore d'ingegni e di cuori, come erano stati tra gli Scolopi di Savona i padri Pizzorno e Faa' di Bruno. Svegliavano all'amore delle lettere, dell'arte e della patria, cui molti degli alunni offersero il braccio nel 1859. Tra questi fu Giuseppe Cesare Abba che ando' volontario in Aosta Cavalleria, e che l'anno appresso trovo' tre di quei suoi compagni di scuola nei Mille.
Finita la guerra del 1860, Abba se ando' a stare in Pisa per vaghezza di studi e per vivere coi giovani amici gia' compagni d'armi e tornati studenti in quell'universita', gioconda e pensosa; dove anch'egli ascolto' le lezioni dei grandi maestri (...). Allora Abba scriveva un suo poemetto romantico intitolato "Arrigo: da Quarto al Volturno" che stampo' nella primavera del 1866 piu' per contentar gli amici che per lusinga di far leggere cose sue. Gli dicevano che dalla guerra imminente non era certo di tornare, e che non sarebbe stato inutile lasciare di se' quel lavoro.
Abba parti' con la scolaresca pisana per la guerra del 1866, e nel combattimento di Bezzecca merito' la medaglia d'argento al valor militare "per avere con pochi animosi seguita la bandiera, salvando inoltre due pezzi d'artiglieria". Dice cosi' il brevetto che accompagna la medaglia.
Gli anni dal 1866 al 1880 furono per Abba di solitudine e di raccoglimento nel paese natio, cui dedico' tuttavia molte delle sue energie per promuovere l'istruzione, l'igiene, la vita. Allora egli pensava che se tutti coloro che avevano viste in azione le grandi cose della rivoluzione italiana, avessero portato il pensiero e l'opera loro nel luogo natio per piccolo che questo fosse, la patria grande avrebbe rimesso rapidamente il tempo che cause d'ogni sorte le avevano fatto perdere nel mondo.
In quel raccoglimento scrisse il romanzo "Le Rive della Bormida" di scuola Manzoniana, in cui narra storie della sua valle, all'apparirvi dei francesi nel 1794, raccolte dai vecchi che le avevano vedute. Piu' tardi entro' nell'insegnamento e comincio' dal liceo di Faenza dove stette quattro anni tra quei romagnoli amatissimo.
Poi, per antico amore a Brescia, concorse al posto di professore nell'Istituto Tecnico di quella nobile citta' da dove non si mosse piu', e vi sta ora preside dell'Istituto.
Le opere sue, dopo il poemetto di Pisa e "Le Rive della Bormida", sono le "Noterelle d'uno dei Mille", ch'egli trasse, dopo venti anni, dal proprio taccuino del 1860, incuorato a cio' dal Carducci: le "Cose vedute" (prose); "Romagna" (versi); "Uomini e soldati", libro d'educazione per l'esercito e pel popolo; "Le Alpi Nostre", scritto per le scuole elementari superiori; la "Vita di Nino Bixio"; la "Storia dei Mille", premiata dall'Istituto lombardo di scienze e lettere, benche' l'Autore non avesse concorso, come si legge nella relazione della Commissione scritta dal prof. Michele Scherillo; "Cose Garibaldine", raccolta di fatti e di figure; discorsi per solennita' patriottiche come quello per l'inaugurazione del monumento a Garibaldi in Brescia (1889); quello per il cinquantenario dei Martiri di Belfiore detto in Mantova il 3 marzo 1903; e quello pel cinquantenario della nascita di Garibaldi detto in Roma nella sala Capitolina alla presenza di S.M. il re d'Italia.
Non molto forse per una vita di 70 anni, ma insomma quanto basta per mostrare che Giuseppe Cesare Abba fece quanto pote' umilmente, senza pretensioni, senza ambizioni e senza guadagni.
Susan Gold - Nobel Peace Project - Canada

lunedì 12 luglio 2010

Le rive della Bormida


di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 68 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero


Cairo Montenotte, 6 aprile 1871

Caro [Augusto] Merighi, - con qual gusto verrei a passare un paio di giorni con te e coll'amico Achino te lo puoi immaginare, ma son qui colla madre ammalata e occupato ad un lavoro che forse avrete visto nelle appendici della Gazzetta di Milano.
E' un romanzo d'argomento paesano mio, e ha per titolo Le rive della Bormida.
Ieri l'altro fui a Savona, dove pranzai accanto al Lobbia, nella festa offertagli dalla democrazia savonese. Seppi  cose di nostri amici che mi hanno fatto palpitare d'invidia. Oh, i generosi personaggi!
Caro Merighi, temo d'essere invecchiato, quando penso che non seppi staccarmi da casa, e tornare anche stavolta a fare un po' di bene pel mondo. Ma non avrei ritrovata viva mia madre al mio ritorno, e chi sa quale rimorso avrei creato a me stesso.
 Brutta cosa non aver sempre vent'anni, per poter fare della propria vita quel conto che si vuole, senza danno dei parenti. Dirai che è facile lagnarsi dopo non aver fatto, ma non posso stare. Caro Merighi, quanti figli hai?
Tu felicemente hai uno scopo almeno per vivere, e se pongo mente a quello che han fatto i miei amici, un giorno o l'altro tolgo moglie anch'io. Frattanto addio a te e alla tua famiglia, i miei saluti all'amico Achino, che avrai trovato bravissimo giovane, amami e ricevi un bacio fraterno dal tuo per la vita....